Recensione di Francesco Roat su “Leggere:tutti”

Pare che nel Terzo millennio molte donne, pur evolute, emancipate e disincantate siano ancora attratte da un’illusione d’amore, senz’altro impossibile, che le invischia in relazioni erotico-sentimentali avvilenti, frustranti e devianti. È quanto scrive Carla Stroppa ‒ psicoanalista junghiana e scrittrice ‒ nel suo in un ultimo saggio intorno agli amori malati, declinabili quasi sempre al femminile. Ciò non significa che gli uomini ne siano esclusi, ma secondo la testimonianza della nostra dottoressa dell’anima sono soprattutto le donne a portare in analisi i loro problemi/miraggi amorosi.

Sì, perché con illusioni vere e proprie qui abbiamo a che fare o forse, meglio, con bisogni primari inappagati, i quali aprono nel cuore e nella psiche vuoti che la lei di turno cerca di colmare mediante un luiidealizzato/idolatrato a seguito d’una “romantica esaltazione”; anche quando di erotismo passionale o quasi esclusivamente sessuale si tratta. Però i sogni di tali incontri fin troppo appaganti durano poco e presto tendono a trasformarsi in incubi o delusioni cocenti. E l’amaro risveglio può preludere a quella che Stroppa chiama poeticamente la morte dell’anima, cioè la disperazione/desertificazione affettiva ed uno sterile cinismo esistenziale. “Talvolta ‒ nota l’autrice ‒, visto l’aumento dei femminicidi e dei suicidi, la delusione del sogno d’amore può approdare alla follia, alla malattia e persino alla morte del corpo. Se si seguono da vicino certe storie intime si scopre che tale fenomeno è sin troppo reale”.

L’ipotesi che il saggio presenta è la seguente: dietro ai cosiddetti amori impossibili si cela ogni volta la brama di un eros perfetto, il sogno di una fusione totale e pienamente gratificante con l’amato/a e, non certo da ultimo, il bisogno di colmare un vuoto d’antica provenienza: quello spalancatosi a causa di un rapporto fallimentare sperimentato durante l’infanzia con le figure genitoriali. Da qui una fatale coazione a ripetere incontri amorosi idealizzati e destinati, presto o tardi, a pretendere troppo dai partner e, specularmente, ad ulteriori fallimenti emozionali.

“Ho incontrato donne e uomini che si innamorano sempre dello stesso tipo di partner”, precisa la nostra psicoanalista. Amante fascinoso ma irraggiungibile ‒ come d’altronde erano stati i genitori dei pazienti presi in cura ‒ e destinato/a a far soffrire il membro più fragile d’una coppia incline fatalmente a scoppiare. Così o ci si condanna a reiterare storie erotico-sentimentali sempre uguali o ci si mette in discussione davvero (anche grazie all’analisi), al fine di compiere: “il percorso di conoscenza che conduce a quel salto ontologico che apre la psiche ai valori trascendenti e la mente a una dimensione più ampia e inclusiva”.

Si tratta innanzitutto di comprendere che “la perfetta felicità amorosa è impossibile”. Di più: è letale. Basti solo pensare appunto al rischio fin troppo reale di suicidio da parte delle deluse in amore o all’omicidio, mediante il quale mariti o fidanzati incapaci di troncare relazioni laceranti puniscono le loro ex: ree solo d’averli lasciati. Ma in che modo disincantarsi, si/ci chiede condivisibilmente Stroppa, “senza abbandonare l’incanto come componente irrinunciabile del proprio sguardo sulla vita”? In che maniera ri-orientare la speranza di poter un giorno finalmente abitare la dimensione ineludibile dell’amore in modo non distruttivo o autodistruttivo. Una dimensione, va precisato, in cui pretese ed attese vanno accantonate a -priori, costituendo giusto queste ultime gli ostacoli maggiori per la nascita e la crescita di un amore autentico, che, sia detto per inciso, non è declinabile solo all’insegna dell’eros, ma anche della filìa (l’amicizia/affinità profonda) e infine dell’agape (l’amore fraterno, universale, oblativo), che è forse il grado eccelso di un’affettività caratterizzata dalla capacità di amare/offrire gratuitamente, senza contropartita alcuna.

Liberarsi dalle illusioni, si diceva, ma attenzione! Stroppa fa bene a ricordarci come Jung ebbe ad osservare che: “le illusioni sono una proiezione dei motivi dell’anima in cerca della propria ragione d’essere”, se è vero che il fondatore della psicologia analitica ritiene che le nevrosi nascano dal non riuscire a trovare un senso alla propria esistenza. Pertanto la soluzione ‒ se davvero ve n’è una ‒ non sta certo nell’eliminare la “tensione all’unità tra maschile e femminile”, quanto comprendere la sua “valenza simbolica”, nonché il suo “intrinseco finalismo trasformativo”.

Tenuto conto del fatto che ogni evoluzione psichica (e aggiungerei: spirituale, termine purtroppo mal visto in questi nostri tempi in cui vige l’egemonia di un’algida ottica tecnico-scientifica) è resa possibile da una visione/intuizione dell’oltre. Di un oltre che non spenga la scintilla immaginativa/creativa che tutti noi nel profondo celiamo, pur nella consapevolezza degli ineludibili dati di realtà. Così, secondo l’autrice, i patimenti d’amore interrogati a fondo ‒ e capiti sino a far emergere dalla sofferenza una spinta al recupero della parte sana di sé ‒ possono: “traghettare la coscienza su un piano più profondo e più alto, più inclusivo e aperto su una visione umana d’insieme”. Non posso che far mia la sfida che lancia Carla Stroppa: giungere ad un cervello intero, in cui non siano separate le istanze dell’emisfero destro (detto femminile) ‒ sensibile, analogico, creativo ‒ da quelle del sinistro (detto maschile) ‒ analitico, sequenziale, logico. E ciò in vista di un nuovo umanesimo in cui non prevalga solo una modalità di porsi – quella che potremmo cogliere all’insegna del logos (il discorso logico-razionale) ‒ ma abbia ampio spazio l’ambito del mythos (il discorso poetico-poietico). Non si tratta di negare il sogno dell’anima che è sotteso a quello dell’amore impossibile, ma di permetterle di sognare altrimenti/ulteriormente, onde favorire l’apertura verso un oltre di bontà, di bellezza, di amore possibile.

Si tratta, ancora, di favorire un sano incontro fra l’io e l’altro da sé; meglio: una serie di sani incontri. E qui lascio volentieri la parola chiarificatrice all’autrice: “L’incontro è quindi necessario, è la meta agognata, sia essa intesa come connessione fra i poli opposti della psiche, come Coniunctio oppositorum da realizzarsi nell’anima, o come realtà di confronto fra esseri umani differenti, uomo e donna, ma non solo. L’incontro è la matrice impressa ab origine, il paradigma di ogni declinazione di vita che diventa una questione clinica nella misura in cui il primo incontro, ossia il primo amore assoluto del bambino con l’ambiente affettivo della famiglia, è fallito, deformando lo sviluppo dell’Io cosciente e dunque la sua possibilità di relazionarsi all’altro da sé in modo sano”.

Per risolvere una crisi amorosa la soluzione allora non sarà sempre e solo la separazione (spesso tuttavia auspicabile e inevitabile) o il cambio di partner bensì un cambio di sguardoinedito su di sé, sugli altri, sul mondo e sul modo di relazionarsi. Ma un tale mutamento prospettico comporta prima un lungo lavoro di scavo negli inferi tenebrosi del proprio inconscio per poter poi tornare a riveder le stelle. Misurarsi da soli con la propria Ombra ‒ per usare un termine junghiano ‒ è comunque arduo, come il renderci conto delle proiezioni (idealizzanti o squalificanti) che scagliamo addosso al nostro lui o alla nostra lei. Fare ciò con l’ausilio dell’analista può essere di grande aiuto ‒ non sempre, nota con assoluta onestà intellettuale Carla Stroppa, specie se il terapeuta dell’anima fa un cattivo uso del transfert o non è in grado di gestire l’impegnativa regia del setting terapeutico ‒, tenendo conto del fatto che: “Non si danno sviluppo e integrazione dell’identità a prescindere dall’incontro”.

E quello analitico può aiutare il paziente a rielaborare il lutto del distacco d’amore che, quantunque doloroso, “può essere uno scomodo ma fondamentale scalino verso la trasformazione”, ossia verso una metamorfosi innanzitutto spirituale, grazie alla quale lo sguardo narcisistico riesca a cessare di rivolgersi soltanto alla propria immagine. Ciò che quindi dovrebbe mutare, secondo l’autrice, è alla fin fine l’orientamento del tendere amoroso verso una direzione salutare, grazie a cui: “l’amore impossibile per il partner immaginato si fa amore possibile per la vita”.

Carla Stroppa, L’amore impossibile e le donne. Slanci, cadute e trasformazioni del desiderio, Moretti&Vitali, 2022, pp. 265, euro 24,00