Recensione di Mariapia Barraco

Un libro di una cultura immensa e di luminosa ampiezza poetica. 

A Carla, con l’affetto del cuore e la stima di sempre! 

Mapi 

“[…] se non si riconoscono i luoghi della propria anima non si riconosce nulla, e la vita non farà risuonare nessuna musica, perlomeno nessuna buona musica”.

Carla Stroppa, La magia del ritorno. Sulle tracce del Mago di Oz di Frank Baum, Moretti&Vitali 2024

Suggestivo nella sua linea magica e unico nella sua trama spiraliforme, si presenta il libro di Carla Stroppa, che, “Sulle tracce del Mago di Oz”, tra nodi e snodi della narrazione, ci racconta dell’Anima poetica nella sua valenza individuativa.

Nel saggio dell’autrice, Dorothy, protagonista e personaggio immaginario dell’opera di L. Frank Baum, è l’“immagine/funzione femminile poetica, immaginativa, trasversale e trascendente”, che aleggia nel meraviglioso mondo della ricerca di sé e di “veri compagni di viaggio”.

La fiaba di Baum diventa anche traccia metaforica per descrivere quei disturbi di personalità che lasciano la psiche vuota e disorientata, in quel divenire che può rivelarsi “vitale o alienante”.

L’incontro di Dorothy con il “Il Mago di Oz” annuncia la presenza salvifica del salvatore, portatore di luce e in grado di dipanare l’intrigata matassa del destino. E qui, per certi aspetti, l’analista è anche il Mago che porta in sé il germe dell’enantiodromia, che scrive Carla Stroppa, “veicola un rovesciamento di prospettiva.[…]. Non è detto che ci riesca, e neppure che sia costretto a farlo:non è onnipotente ed è meglio che lo sappia. Anche l’analista ha bisogno del tocco mercuriale di chi conosce i sentieri trasversali e le aperture segrete. Ha bisogno delle sue maschere e dei suoi travestimenti. Anche lui ha bisogno del mago e della mediazione della strega buona: ancora e sempre l’anima, questa funzione profondamente femminile della psiche, orfana e disorientata in un mondo di bieco materialismo e avvilente pseudo-intellettualismo scambiati per “realtà dei fatti”.

La magia, catalizzatore dell’intuizione e dell’immaginazione, prende dimora in uno spazio intermedio, ovvero, evidenzia l’autrice, in quello “spazio nel quale per Jung, nella scia di un’importante tradizione letteraria e spirituale, prende dimora e parla l’anima, questa entità sconosciuta nella modernità disincantata”.

Nelle pagine del saggio, tra un capitolo e l’altro, “Lo Spirito del Tempo” viene analizzato con pensieri fecondi, dove i registri del sapere colgono il mondo simbolico insieme alle immagini che, come un fiume in piena, erompono nelle ombre inquietanti del degrado dell’uomo e della sua umanità.

I sapienti filosofi dell’immaginazione, inclusi nel vastissimo calderone delle scritture magiche, da Apuleio a Zoroastro, da Pitagora a Empedocle, da Socrate a Platone, da Henry Corbin a Gustavo Rol, animano la trama e il suggestivo viaggio di ritorno che attraversa i ponti delle illusioni, delle proiezioni, della solitudine, del trauma.

Dorothy, che intraprende il viaggio verso la Città degli Smeraldi, immersa nella natura dal colore verde come quello della magia, manifesta un tipo di realtà psichica che ha sperimentato un trauma precoce, per cui dovrà affrontare ogni “Ombra” e ogni figura del Vero e Falso Se’ che incontrerà lungo il suo viaggio.

I personaggi, ovvero il Boscaiolo di Stagno senza cuore, lo Spaventapasseri senza cervello, Il Leone senza coraggio, che accompagnano Dorothy per raggiungere la meta, nel significato psicoanalitico rappresentano quelle parti della personalità che, deputate a proteggere l’Io/Sé e a preservare lo spirito personale dell’individuo, esprimono la necessità della connessione tra pensiero, sentimento e coraggio, pena le scissioni interne, gli ingressi nelle caverne oscure della psiche.

Carla Stroppa ci invita a viaggiare nel teatro del meraviglioso e, contemporaneamente, a partecipare allo spettacolo dello stesso teatro, poiché lo spettatore è anche l’attore di quel viaggio in cui cerca e ricerca, parte e riparte, spera e muore, si trasforma per rinascere.

Nella prospettiva junghiana il viaggio del ritorno a casa implica l’incontro con il male “quale dimensione ontologica dell’esistenza”.

Ma quale intelligenza ispira o salva la vita nel tornare alla casa dell’anima e alla completezza compromessa dai cicloni e dai venti contrari che hanno impedito il viaggio meno buio della Psiche?

Da qui i riferimenti a Henry Corbin, Federico Faggin, Marco Guzzi che, scrive l’autrice, “concordano sull’ intelligenza spirituale – che si contrappone all’intelligenza artificiale – e oltrepassa la materia, giunge allo spazio intermedio nel quale, per dirla con Corbin “Si corporizzano gli spiriti e si spiritualizzano i corpi”.

In buona sostanza, ritornare a casa dopo essersi persi è un’ impresa assai ardua”, tuttavia conferisce valore al viaggio del senso dell’esistenza, senza dimenticare che “il destino, a dispetto di tutti gli sforzi di volontà, fa la sua parte”.

Un profondo ringraziamento all’amica Carla Stroppa che, inaspettatamente, mi ha concesso il privilegio e l’onore di leggere il libro prima della pubblicazione nelle librerie.